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Anche il Corriere della Sera confessa: Romeo e Giulietta non hanno mai abitato a Verona

Per concludere questa settimana dedicata a Romeo e Giulietta vogliamo proporvi un articolo uscito sul Corriere della Sera nel 2003. Si tratta di un pezzo scritto da Donata Righetti riguardo alla vicenda di Romeo e Giulietta a Verona, una conferma di quanto vi abbiamo raccontato nel corso di questa settimana.

Città d’autore.
Itinerari, la tragedia di Shakespeare e la Verona ricostruita

Ma Giulietta e Romeo non abitano più qui

Turisti in coda davanti al falso balcone degli amanti.
Quando la leggenda «inventa» i luoghi di una città

di Righetti Donata

Dentro Verona esiste un’ altra città, una città ignorata dagli abitanti del luogo. È uno spazio fantastico e alieno che solo i turisti frequentano. Una bolla variegata e iridescente di sogni e finzioni, di misera paccottiglia e di atmosfere suggestive che col passare del tempo si è gonfiata come un immenso e inconsistente viluppo intorno a una metamorfosi: la trasformazione di un paesaggio letterario in un paesaggio reale. All’ origine di questo prodigioso mutamento il dramma di Shakespeare che parla di amore e di morte, di innocenza e di sensualità. Sono gli echi di Giulietta e Romeo, storia diventata magico testo nel 1595, a spingere a Verona moltitudini determinate ad immergersi nella cornice in cui, secondo una tradizione fiabesca, vissero e morirono gli innamorati adolescenti. Si sa, Shakespeare utilizzava luoghi e riferimenti con la disinvoltura dell’ artista. Per gli autori elisabettiani l’ Italia era un perfetto palcoscenico esotico dove tutto poteva accadere. Verosimilmente Shakespeare a Verona non mise mai piede e di sicuro con la cronaca locale ebbe ben poca dimestichezza. Ma una soccorrevole rete di supporto è stata stesa dalla città per venire incontro alle esigenze di folle di post-romantici bisognosi di indirizzi precisi e itinerari concreti. «Dov’ è la casa di Giulietta?» chiedono in tutte le lingue i devianti non inglobati nella selva di ombrelli e di bandiere delle guide. E certo sarebbe da antipatici rispondere che cercare la camera e il balcone dei due leggendari innamorati non è molto diverso dal pretendere di trovare il «kinderheim» dove Medea avrebbe fatto bene a sistemare i propri figli. Così come sarebbe da noiosi ricordare che Shakespeare probabilmente attinse alle novelle di Luigi Da Porto e di Matteo Bandello: scritte nel Cinquecento, e cioè a oltre due secoli di distanza dalla storia ambientata nel 1303, ai tempi di Bartolomeo della Scala. Dunque, ispirate a fatti tramandati molto liberamente. Di quei fatti l’ unico dato certo è che a Verona in quegli anni esisteva una famiglia Montecchi. Eppure in via Cappello, di fronte a un severo palazzo medioevale un tempo di proprietà della famiglia Cappello, ogni giorno si forma un’ enorme risacca pedonale. Per volonterosa assonanza Cappello e Capuleti possono somigliarsi e, dunque, la tradizione esige che questa sia la casa di Giulietta. L’ androne lungo e buio dell’ edificio è smaltato da una speciale vernice: un formidabile deposito di esibizionismi sentimentali. Strato dopo strato migliaia e migliaia di mani hanno inciso in tutti i colori con ogni pennarello e biro certezze esistenziali del tipo «Marco ama Deborah». Le pareti del cortile sono foderate anche da un’ infinità di biglietti adesivi carichi di appelli e dichiarazioni. Simili a grumi di intonaco, tappezzano il muro gomme da masticare modellate a cuore e incise col nome della creatura amata. Sul fondo, un set fotografico: a una statua dorata con le sembianze di una Anita Ekberg giovinetta si abbarbicano fanciulle di ogni età. Sopra la loro testa, appeso lassù al primo piano soltanto da mezzo secolo, svetta un balcone che in origine era un sarcofago. Con tre euro e dieci si entra nella casa. Ne vale la pena. L’ interesse della visita è soprattutto nella lettura delle frasi scritte dai visitatori sui quaderni disseminati nelle varie stanze. Un documento sul linguaggio collettivo. Ecco infatti che la solennità delle promesse eterne «Luana ed Enrico X sempre» viene segnata dalla «X» imposta dal lessico dei cellulari. Ecco l’ invito supplichevole ma sbrigativo «casa dell’ amore fammi realizzare il sogno di una vita». Chissà se i frequentatori sono ospiti potenziali di Maria De Filippi o appartengono a un’ altra etnia. Qua e là si intravedono nuove disinvolture sentimentali. Ad esempio: «Irma se torni qui con un’ altra ti faccio cadere dal balcone», firmato Caterina. Potente calamita turistica questo museo è il luogo di Verona più visitato dopo l’ Arena. Accanto al recentissimo inserimento di un bel tavolo scultura di Pucci De Rossi (che invita al dialogo con gli amanti shakespeariani) si alternano russi e spagnoli, danesi e sudafricani. La coreografia della casa, ormai una specie di marchio cittadino, è in parte da addebitare al film di George Cukor Romeo and Juliet. Benché i protagonisti, una Norma Shearer trentacinquenne e un Leslie Howard ultraquarantenne, avessero poche parentele anagrafiche con Giulietta e Romeo, la versione cinematografica fu un gran successo. L’ anteprima venne officiata proprio a Verona al «Supercinema» il 5 marzo del 1937. Gli applausi cancellarono i precedenti divieti della Sovrintendenza e l’ allora direttore di musei di Verona, Antonio Avena, fu libero di regalare all’ edificio una scenografia adatta. Con l’ aggiunta ineluttabile ma efficacissima di un balcone, anzi, del balcone. Commenta Paola Marini, attuale direttrice dei civici musei di Verona: «In passato si pensava che i musei d’ ambientazione come questo fossero di assoluta retroguardia. Oggi siamo più disposti ad accettare che la mescolanza di vero e falso possa dar forma a sogni collettivi e consentire a un pubblico molto ampio di farsi contagiare da un evento culturale». Concluse le perlustrazioni della casa e gli acquisti di souvenir, le folle si rimettono in marcia e approdano poco lontano, davanti a un altro edificio medioevale. Un cartello giallo avvisa «Casa di Cagnolo Nogarola detto Romeo». E la targa con una battuta del testo acquista curiosamente un doppio senso: «Taci, ho perduto me stesso, non son qui e non son Romeo: Romeo è altrove». Davanti al muro merlato i turisti possono lavorare solo di fantasia. Il palazzo è infatti l’ impenetrabile dimora privata del banchiere Paolo Biasi. Allora dietrofront verso la tappa di massima commozione anche se un po’ defilata dal centro: la tomba degli sfortunati amanti. Come sede del possibile sarcofago è stata prescelta la chiesa di San Francesco al Corso consacrata nel 1230. Intorno all’ antico convento cipressi, frescura e un albero dei desideri con appesi migliaia di appelli cartacei che polvere e pioggia hanno reso grigiastri come minuscoli fossili. Nel chiostro un sorprendente busto marmoreo di Shakespeare con barba e baffi da hidalgo sorveglia l’ ingresso al sotterraneo dove il laborioso Avena fece sistemare la tomba. Se in passato un deluso Charles Dickens lamentò l’ incuria del luogo e definì il sacello un «abbeveratoio», se Maria Luisa D’ Austria si appropriò con maleducata prepotenza di alcuni frammenti di marmo rosso da incastonare in una collana e in un paio di orecchini, ora matrone moldave con ombelico nudo e ragazzini giapponesi dalle capigliature ossigenate si incantano davanti a un sepolcro che contiene soltanto un grazioso bouquet di gigli. La tragedia che ispirò pittori e artisti e musicisti come Bellini, Berlioz, Prokofiev, ormai sembra suggerire nient’ altro che ripetitivi «Luana ed Enrico X l’ eternità». Di sicuro però la ditta «Giulietta e Romeo» ha un formidabile indotto e ha promosso Verona a capitale shakespeariana. «Mondo non v’ è al di là delle mura di Verona ma purgatorio e tortura». La città inesistente, la città del turista racchiude un falso portentoso. Un falso che non provoca né indignazione né, perché miracolosamente conserva qualcosa di mite, qualcosa di gentile.

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